Articolo: Inquinamento e effetti ambientali della plastica: la visione industriale

di Giuseppe Quartieri – Presidente Comitato Scientifico dei “Circoli dell’Ambiente e della Cultura Rurale”, AMIS, “Grand Father di Qualità” e Consulente Sistema Qualità

INTRODUZIONE

Dell’inquinamento generato e prodotto dalla plastica, si sono espressi e continuano a pontificare in molti: politici, ambientalisti, dirigenti industriali, sindacalisti, politologi, ingegneri, tecnici, uomini di scienza e scienziati ambientali, giornalisti scientifici e televisivi, donne di casa, professori di tutti i livelli, maestri, studenti, e soprattutto “dummy ecologists” (ecologi picchiatelli). In fondo è una vera e propria congrega di disinformatori/mistificatori.

Ovviamente a questo vanno aggiunti tutta la disinformazione sui “Social Network”, e i disinformatori di professione e i costruttori di fake news su Internet e via di seguito. L’argomento è stato pompato in modo esponenziale da anni. Se ne parla tutti i giorni. La plastica è un derivato del petrolio, ma pesa percentualmente meno del 2% della produzione petrolifera. La plastica viene riciclata solo per un 10%, e una bottiglietta di plastica abbandonata può durare fino a 450 anni.

Figura 1 Isole del Pacifico ridotte a immense discariche di plastica (Marine Litter)

Da statistiche affidabili risulta che, negli oceani vengono “depositati” fino a 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno (Fig. N° 1).  Uno degli aspetti più clamoroso e terrificante dell’inquinamento attuale è mostrato di seguito:

L’isola della spazzatura ai Caraibi

La ormai famosa isola d’immondizia costituita nei Caraibi come mostrato nelle figure N°     (fonte: fanpage.it) è impressionante. Lascia una piaga indelebile in uno dei mari più amati del mondo. Questa discarica galleggiante è stata formata ed è alimentata da correnti inquinate che hanno concentrato un ammasso di spazzatura e non solo “plastica”. L’area coperta dalla spazzatura ha un diametro di due miglia e continua a crescere. Purtroppo, la plastica è uno dei parti della spazzatura ai Caraibi. Si calcola un valore di 6 miliardi di chili all’anno. Evidentemente la plastica e gli altri tipi di spazzatura sono ampiamente riversati negli oceani senza alcuna attenzione da parte della gente di tutto il mondo e, in particolare, di quelli che si affacciano sugli oceani. 

Le attuali previsioni degli effetti negativi di quest’ammasso di sporcizia sono:

  1. L’eventuale pulizia e/o degradazione naturale potrà avvenire solo in un periodo di n secolo al minimo.
  2. Al momento gli effetti negativi sulla fauna marina sono veramente notevoli e, molto probabilmente, non recuperabili né correggibili.

L’Umanità deve quindi intervenire prontamente per ripulire e riciclare la spazzatura e la plastica.L’intervento più richiesto è quello dell’ONU.

I tecnologi e i ricercatori hanno inventato nuovi tipi di plastica con modi, processi produttivi innovativi e nuove forme di cosiddette bio-plastiche e/o bio-compostabili: di conseguenza un altro tipo d’inquinamento.

Nessuno, per ora è stato in grado di inventare una molecola di plastica non inquinante e del tutto degradabile o altro prodotto in grado di sostituire del tutto la plastica cosi come adesso, degradabile, è concepita.

Dalla Fig. N° 1 si deduce che le famose “isole di plastica” costituiscono un grande problema. La discarica di plastica in mare è stata costruita in assoluto da popolazioni che vivono di faccia all’oceano Pacifico. Nessuno può escludere che ci siano state e ci siano ancora navi che hanno sversato nell’oceano Pacifico, rifiuti di tutti i generi includendo la plastica, tuttavia il problema della bonifica non è ancora trattato a livello mondiale.

Modestamente, penso che solo l’ONU potrà, semmai, risolvere il problema con un lavoro al quale devono contribuire le Nazioni Unite del Mondo.  

I “mass media” invece, si sono scatenati in tutti i sensi producendo inganni, convinzioni sbagliate, e tanta disinformazione. Hanno generato panico, sconforto e, financo, disperazione in alcuni casi. Gli ambienti economici, industriali, politici e, in genere, i “manager” si sono mossi in tutte le direzioni al fine di potere arginare la marea di “fake news” e cercare di mettere un po’ d’ordine in materia d’inquinamento da plastica.

Dalla lettura accorta dei “mass media” si osserva la guerra degli Speciali televisivi, dei servizi dei telegiornali, delle notizie continue sui quotidiani e, soprattutto, il bombardamento in Internet. Tutto l’argomento esplode a causa di questi fattori acceleranti e tirato per i capelli dalla focalizzazione pilotata dai “mass media” sull’obiettivo di nuove norme regolatrici del mercato della plastica. D’altra parte, i “mass media” sono, oggi, una realtà inoppugnabile per la società che può informarsi facilmente e gratuitamente. Nonostante ciò, il grande Mac Mahon e i suoi seguaci hanno asserito che, oltre al loro ruolo d’informazione, i “mass media” utilizzano anche alcune tecniche di comunicazione avanzate che si prefiggono di plasmare la realtà stessa e darne una falsa immagine.

Lo scopo finale è sempre di proteggere interessi privati e/o di influenzare l’opinione pubblica. Si parla allora di «disinformazione» o, come il popolo spesso preferisce dire: “fake news”. Anche senza scomodare il Mac Mahon, si sa che la società è influenzata e controllata dalla semplice forza di manipolazione emessa e distribuita dai “mass media” i quali, ad esempio, dettano come vestirsi, cosa si deve consumare, cosa amare oppure detestare e quant’altro. Questa situazione senza correttivi sta diventando pericolosa per la democrazia e per la libertà d’opinione.

I tecnologi e i ricercatori hanno inventato nuovi tipi di plastica con modi, processi produttivi innovativi e nuove forme di cosiddette bio-plastiche e/o bio-compostabili: di conseguenza un altro tipo d’inquinamento.

Nessuno, per ora è stato in grado di inventare una molecola di plastica non inquinante e del tutto degradabile o altro prodotto in grado di sostituire del tutto la plastica cosi come adesso, degradabile, è concepita.

Dalla Fig. N° 1 si deduce che le famose “isole di plastica” costituiscono un grande problema. La discarica di plastica in mare è stata costruita in assoluto da popolazioni che vivono di faccia all’oceano Pacifico. Nessuno può escludere che ci siano state e ci siano ancora navi che hanno sversato nell’oceano Pacifico, rifiuti di tutti i generi includendo la plastica, tuttavia il problema della bonifica non è ancora trattato a livello mondiale.

Modestamente, penso che solo l’ONU potrà, semmai, risolvere il problema con un lavoro al quale devono contribuire le Nazioni Unite del Mondo.  

I “mass media” invece, si sono scatenati in tutti i sensi producendo inganni, convinzioni sbagliate, e tanta disinformazione. Hanno generato panico, sconforto e, financo, disperazione in alcuni casi. Gli ambienti economici, industriali, politici e, in genere, i “manager” si sono mossi in tutte le direzioni al fine di potere arginare la marea di “fake news” e cercare di mettere un po’ d’ordine in materia d’inquinamento da plastica.

Dalla lettura accorta dei “mass media” si osserva la guerra degli Speciali televisivi, dei servizi dei telegiornali, delle notizie continue sui quotidiani e, soprattutto, il bombardamento in Internet. Tutto l’argomento esplode a causa di questi fattori acceleranti e tirato per i capelli dalla focalizzazione pilotata dai “mass media” sull’obiettivo di nuove norme regolatrici del mercato della plastica. D’altra parte, i “mass media” sono, oggi, una realtà inoppugnabile per la società che può informarsi facilmente e gratuitamente. Nonostante ciò, il grande Mac Mahon e i suoi seguaci hanno asserito che, oltre al loro ruolo d’informazione, i “mass media” utilizzano anche alcune tecniche di comunicazione avanzate che si prefiggono di plasmare la realtà stessa e darne una falsa immagine.

Lo scopo finale è sempre di proteggere interessi privati e/o di influenzare l’opinione pubblica. Si parla allora di «disinformazione» o, come il popolo spesso preferisce dire: “fake news”. Anche senza scomodare il Mac Mahon, si sa che la società è influenzata e controllata dalla semplice forza di manipolazione emessa e distribuita dai “mass media” i quali, ad esempio, dettano come vestirsi, cosa si deve consumare, cosa amare oppure detestare e quant’altro. Questa situazione senza correttivi sta diventando pericolosa per la democrazia e per la libertà d’opinione.

Tab. N° 1 DEFINIZIONI (per sigle e acronimi applicabili al discorso, per altre si veda Wikipedia ecc.)

PLASTICA PROCESSO (impiego, uso) CARATTERISTICHE TECNICHE
La plastica è una sostanza organica, come il legno, la carta e la lana. La plastica è generata prevalentemente da carbone, sale comune, gas e soprattutto da petrolio. La produzione mondiale di materie plastiche assorbe circa il 4% annuo di petrolio.
Le materie plastiche (nylon, teflon, plexiglas ecc) sono sostanze costituite da polimeri ad alto peso molecolare. Sono materiali che sottoposti a temperatura e pressione subiscono variazioni permanenti. Si dividono in termoplastici, termoindurenti ed elastomeri. Le gomme pur essendo simili non sono considerate tali. Le forme di plastica desiderate sono ottenute mediante i processi di riscaldamento e compressione. I polimeri di sintesi si formano per reazione chimiche fra molecole semplici di uno o più tipi, dette monomeri. Durante particolari  reazioni chimiche, e in determinate condizioni di temperatura, irraggiamento ecc. i monomeri si legano tra loro formando catene stabili che danno luogo a grandi molecole, dette appunto polimeri.  I processi per la produzione dei polimeri si dividono in: Polimeri naturali composti in modo naturale (cellulosa, la cera e il caucciù).Polimeri sintetici ottenuti da composti organici molto semplici ricavati dal petrolio e/o dal carbon fossile. Formula di struttura del polivinilcloruro    
Termoplastiche: materie che acquistano malleabilità sotto riscaldamenti, in questa fase possono essere modellate in oggetti finiti, per raffreddamento tornano rigide. Termoindurenti: rammolliscono con il riscaldamento, se vengono riscaldate dopo l’indurimento non rammolliscono più, ma iniziano a carbonizzare. Processo di polimerizzazione per condensazione: il polimero finale si ottiene in un’unica fase della mutua reazione di almeno due tipi di monomeri appartenenti a famiglie chimiche diverse Polimerizzazione per addizione: il polimero finale si ottiene attraverso una graduale aggregazione, realizzata in più fasi, di monomeri di natura diversa. Processo di polimerizzazione naturale: tra i polimeri naturali il più comune è la cellulosa, la cui struttura è costituita da uno zucchero semplice, il glucosio. Formula di struttura del  Polistirene    
PET: polietilene tereftalato, per bottiglie di bevande  e liquidi alimentari. .  
PVC: polivincloruro, per bottiglie, nastro isolante, fili elettrici e tubi    
PP: polipropilene, per siringhe e pennarelli.    
PE: pilietilene, per sacchetti dell’immondizia, della spesa e per surgelare cibi.    
Pellet di materie plastiche    
Bioplastica:    
Mater-Bi:    

Cenni di storia

La storia della creazione ed evoluzione delle materie plastiche è ben nota e si può riassumere alla seguente semplice maniera:

  1. 1835. H. Regnault ottiene la prima sostanza basata sul principio della polimerizzazione: il PVC.
  2. 1846. Lo svizzero Frederick Schoenbein isola il primo polimero artificiale, il nitrato di cellulosa, un composto chimico che imita l’ambra.
  3. 1855, il chimico svizzero Georges Audemars produce in laboratorio il rayon.
  4. 1861: Alexander Parkes brevetta il primo materiale plastico.
  5. 1862. Due industriali americani mettono in palio 10.000 dollari per chi avesse trovato un sostituto dell’avorio nella fabbricazione delle palle da biliardo, allora molto costose e non sempre perfettamente sferiche. Li vince Alexander Parkes che sintetizza la nitrocellulosa (nitrato di cellulosa più canfora), simile all’avorio, a cui dà il nome di Parkesina.
  6. 1869. Un tipografo di New York, John W. Hyatt mescolando insieme la Parkesina e la canfora, inventa la celluloide.
  7. 1889. George Eastman utilizza la celluloide per produrre pellicole fotografiche.
  8. 1907/1909 il chimico belga-statunitense Leo Hendrik Baekeland utilizzando prodotti sintetici (fenolo e formaldeide) ricavati dalla distillazione del carbone, crea la bachelite: è la prima vera plastica.
  9. 1920: il chimico tedesco Hermann Staudinger ipotizza la struttura macromolecolare delle materie plastiche.
  10. 1920. Nasce la fòrmica, laminato  plastico a base di urea, fenolo, formaldeide, utilizzata nell’arredamento (intorno agli anni venti e trenta: vengono commercializzate le resine ureiche).
  11. 1926: Waldo Semon della BF Goodrich introduce l’uso dei plastificanti per la sintesi del polivinilcloruro (PVC).
  12. 1928: viene sviluppato il polimetilmetacrilato (PMMA).
  13. 1930 Si utilizzano 16 materie plastiche differenti, fra cui il polistirolo e i poliuretani.
  14. 1935: Wallace Carothers della DuPont sintetizza il “nylon”.
  15. 1935 Gibson e Fawcett metton o a punto il polietilene.
  16. 1937: vengono messe in commercio le resine polistireniche.
  17. 1938 Wallace Hume Carothers produce il nylon, la più importante fibra tessile artificiale che si ottiene per condensazione dell’acido adipico da solo o con esametilen-diammina.
  18. 1938: viene sintetizzato il politetrafluoroetilene (o PTFE, brevettato e commercializzato come Teflon nel 1950).
  19. 1941: viene prodotta la prima fibra poliestere, il Terylene.[3]
  20. 1941: viene sintetizzato il poliuretano da William Hanford e Donald Holmes.
  21. 1948 i tecnici dell’aeronautica americani mettono a punto il plexiglass.
  22. 1953: il chimico tedesco Karl Ziegler sintetizza il polietilene (PE).[4]
  23. 1954 Giulio Natta (in foto) scopre il polipropilene isotattico, con caratteristiche migliori del polietilene precedente isotattico (commercializzato con il nome Moplen).
  24. 1963, A Giulio Natta viene conferito nel 1963 il Premio Nobel per la Chimica condiviso con l’amico chimico Ziegler.

2018,Gruppo di ricerca guidato dal Prof. Adam Feinberg dell’Illinois ha annunciato la  scoperta e realizzazione di una nuova plastica che si dissipa, disgrega se illuminata da raggi ultravioletti. Comunque, la sperimentazione va riprovata e confermata in modo scientifico.

Fig. 2 L’apparato per le misure di UV sulle molecole di plastica

Sintesi dei processi industriali

La realizzazione industriale dei prodotti finali (shopper, buste, sacchi ecc.) pronti per il loro utilizzo sul mercato, inizia con il processo di mescolamento delle materie plastiche con gli additivi, sostanze che ne esaltano o attenuano le proprietà. I principali additivi sono:

1) coloranti;

2) agenti con caratteristiche speciali (antifiamma, antiossidanti, antistatici, plastificanti);

3) cariche naturali o artificiali, per aumentare la rigidità e migliorare le proprietà meccaniche;

4) espandenti, per ottenere un prodotto più leggero, come ad esempio nel caso del polistirolo espanso.

I processi di trasformazione e fabbricazione

I veri processi di produzione di prodotti finiti con plastica impiegano i  polimeri nelle loro varianti. In altri termini i polimeri usati possono avere la forma di polvere, granuli, liquidi o in soluzioni. I flussi standard di produzione di prodotto secondo la seguente scaletta nella colonna sinistra della Tab. N° 2, mentre i tipi di prodotti moderni sono nella colonna destra.

Tab. N° 2 Pianificazione e prodotti
Estrusione, Stampa della bobina, Taglio, Flessografia, Confezionamento, Rigenerazione, Magazzino prodotti intermedi, Magazzino prodotto finale, distribuzione (autista). Bobine, biodegradabilisacchi, biodegradabilishoppers, biodegradabilisacchetti, biodegradabilifogli/biodegradabili.Processi di supporto.

I principali procedimenti che li trasformano in prodotti finali, utilizzando pressione e calore, sono:

Fig. N° 3 Processi di fabbricazione di plastica

Calandratura: Consistere nel distendere e comprimere con una macchina, costituita da cilindri riscaldati, il polimero riscaldato e reso plastico, ottenendo fogli di spessore desiderato. Da questo processo sono prodotti soprattutto carta e alcuni tipi di gomme.

Soffiatura: Il polimero fuso è sottoposto a soffiaggio con aria o vapore, in modo da assumere la forma dello stampo in cui è alimentato.

Estrusione: Consiste nella trasformazione in continuo di materiale plastico riscaldato e spinto da una vite senza fine, attraverso un ugello che dà al materiale la sagoma richiesta e che per raffreddamento assume la sua forma stabile. È il procedimento più diffuso nella lavorazione delle materie plastiche. Tramite il processo di estrusione si sta formando un sacchetto di plastica molto leggero ma molto resistente. L’aria gonfia il tubo come un pallone, fino a dar forma a una borsa con la sagoma, le dimensioni e lo spessore desiderati.

Stampaggio: Tecnica che vede il polimero fuso alimentare uno stampo di cui, per compressione e raffreddamento, assume la forma desiderata. Lo stampaggio può essere di quattro tipi:

1) a compressione, per ottenere manufatti con caratteristiche meccaniche migliori e omogenee (come per oggetti di forma complessa, quali prese e spine elettriche);

2) per stratificazione, per realizzare prodotti anche di grandi dimensioni;

3) a iniezione;

4) rotazionale, che viene usato per manufatti come serbatoi e cavi.

Nel processo di trasformazione, le materie plastiche possono essere integrate da fibre arammidiche, di carbonio o di vetro, per consentire prestazioni particolari. La temperatura d’impiego è tra 150-170°C per i termoplastici più usati e 220°C per alcuni polimeri speciali.

Soddisfacimento del Cliente

Inoltre, in fase produttiva, il monitoraggio dei prodotti definiti con stampa identificativa che consente, quindi di eseguire le procedure di tracciabilità avviene con un flusso di attività essenziale per la qualità di produzione della plastica anche bio-compostabile. Quest’attività è direttamente correlata alla gestione della commessa e al soddisfacimento del Cliente. Il soddisfacimento richiede di:

1)        Essere coerenti con la politica di qualità.

2)        Avere indici di qualità misurabili.

3)        Rispettare i requisiti applicabili.

4)        Incrementare la soddisfazione del Cliente al massimo.

5)        Essere monitorati in modo sistematico.

6)        Essere trasmessi e comunicati in Azienda secondo necessità.

7)        Essere aggiornati adeguatamente secondo necessità.

L’OGGETTO “PLASTICA”

Per l’opinione pubblica, la plastica ormai è diventata un materiale demoniaco, è considerata la maggiore responsabile dell’inquinamento del mondo. Tutto questo avviene grazie al martellamento quotidiano di notizie, vere, false o taroccate, e tante “fake news” imprecise e generiche, gestite ad arte da quella o quell’altra lobbie, che, a seconda del momento e delle convenienze, attacca alcuni prodotti, pronta a sostituirli con altri.

E anche grazie ad alcuni (altri) movimenti ambientalisti che tutto fanno, meno che preoccuparsi veramente dell’ambiente, e con la complicità di politici che non fanno il bene comune.

A dimostrazione di tutto ciò, basta leggere la descrizione dell’esempio di elaborazione di un elenco di parti ed elementi inquinanti ritrovati su una spiaggia ripulita da un gruppo di volontari. In uno dei soliti articoli frutto del bombardamento mediatico questo evento è stato sapientemente divulgato alla seguente maniera:

33 tra shopper e buste, comprese quelle nere per immondizia, 99 tra bottiglie e contenitori di plastica per bevande, 60 contenitori di detergenti, detersivi o altri liquidi, 28 contenitori di olio motore, 107 bicchieri di plastica,196 reti e pezzi di rete superiori a 50 centimetri, 63 tappi, 14 cassette di polistirolo, 10 cassette di plastica, 6 secchi, 87 pezzi di plastica superiori a 50 centimetri, 4 pezzi di plastica da 2,5 a 50 centimetri, 3 taniche, 9 guanti, 5 boe, 23 pezzi di polistirolo superiori a 50 centimetri, 6 pezzi di polistirolo da 2,5 a 50 centimetri, 5 lattine, 3 altri pezzi di oggetti (legno, gomma, plastica). Il tutto in soli cento metri!” (Fonte Legambiente).

Da una semplice riflessione sui suddetti numeri, emerge in modo evidente che il grosso dell’inquinamento marino trovato su questa spiaggia (lunga 100 mt), impiegata come discarica, non è certo fatto da buste e sacchetti di plastica. Eppure non si è mai vista una campagna pubblicitaria per la riduzione delle cassette per la frutta, del polistirolo, delle bottiglie in PET, delle reti e delle taniche, dei flaconi detersivi, dei tappi, dei guanti…

La vita sociale ed economica dell’uomo standard non presenta, di norma, mai fenomeni strani come il suddetto risultato del conteggio di parti dell’operazione volontaria di pulizia della spiaggia inquinata! 

Sono anni che gli attacchi dei “mass media” gestiti dalla suddetta congrega sono indirizzati solo verso i sacchetti di plastica. Per questo scopo sono state fatte leggi specifiche ad hoc. Giustamente il lettore si chiede il perché?

Si può in primo luogo rispondere alla seguente maniera:

  1. Perché i produttori d’imballaggi flessibili in Italia, con qualche eccezione, sono piccole o piccolissime aziende sparse a macchia di leopardo nel territorio italiano, e sono prive di un’associazione di categoria che ne difenda gli interessi.
  2. Perché gli “shopper” e i sacchetti avrebbero potuto essere sostituiti e si possono facilmente sostituire con la plastica biocompostabile.

Quindi, si profila un’azione correttiva semplice con un obiettivo sicuro… e invece no!

Tanto a pagare il conto è il consumatore alla cassa.

Alla stessa stregua, va notato che, oggi, sotto attacco sono gli elementi monouso (piatti, bicchieri, posate, cannucce). Eppure, anche questi prodotti potrebbero e sono normalmente sostituiti con plastiche bio-compostabili. Alla cassa, però, questi prodotti costeranno almeno tre volte il prezzo di oggi.

Quest’analisi consente di avere l’impressione che stavolta non sarà così facile.

Va evidenziato che il problema dell’impatto ambientale presenta i due aspetti basilari:

  1. L’impatto ambientale provocato dalla fabbricazione del prodotto di plastica.
  2. Gli effetti d’inquinamento provocati dopo che il prodotto è stato messo in uso.

Nel caso del primo aspetto – l’impatto ambientale prodotto durante la fabbricazione – si rileva che si produce maggiore inquinamento rispetto a quello prodotto dagli effetti sprigionati durante l’impiego del prodotto di plastica stessa. Forse pochi sanno che per produrre tutte queste plastiche bio-compostabili sostitutive di quelle tradizionali, servono molte migliaia di tonnellate di biomasse (mais, canna da zucchero ecc.). La produzione di questi tipi di biomasse implica la necessità di seminare, e, in generale, coltivare questo nuovo tipo di prodotto agricolo con enormi consumi di acqua e terreni. Questo impiego della terra è sacrilego e deleterio per la vita dell’Umanità, poiché la terra serve per produrre cibo e non la plastica. Alcuni studi sostengono che, se, in futuro, il settore prendesse davvero piede, lo sfruttamento delle coltivazioni di cereali, come il mais, potrebbe ridurre la produzione agricola di alimenti rischiando di compromettere la disponibilità di cibo.

Una notizia specifica La giornalista Giulia Urbinati ha intervistato Vincenzo Piemonte, professore presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, che si è occupato diffusamente della valutazione di impatto ambientale di plastica e bioplastica in svariati lavori scientifici, essendo anche stato consulente del CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) dal 2007 al 2015. “Le buste in bioplastica sono realizzate per una percentuale da materia prima rinnovabile, e il minor consumo di combustibili fossili è senz’altro un vantaggio. Ho condotto io stesso uno studio in merito, concludendo che il vero vantaggio della bio-plastica sta nell’uso di materie prime rinnovabili. Ma il prezzo che si paga rispetto alla plastica tradizionale è anch’esso a livello ambientale, in termini di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, consumo di suolo e di acqua. Le materie prime delle bioplastiche rinnovabili sono infatti tipicamente mais e canna da zucchero, la cui coltivazione massiccia porterebbe a un uso estensivo di pesticidi e fertilizzanti, oppure a un consumo di suolo tale da provocare un rilascio anch’esso massiccio di CO2 in atmosfera, dando un contributo al Global Warming in termini di gas serra che va tenuto in conto. (Fonte: Oggiscienza.It).

Semplici Osservazioni Operative

Questo “topic” purtroppo implica il riferimento ai risultati di certe operazioni politiche e legislative. Spesso, questi risultati non corrispondono per nulla alle attese e speranze dei frettolosi legislatori. Così, il consumatore al banco resta basito e ammutolito.

Basta analizzare il risultato ottenuto con la sciagurata legge dei sacchetti “ortofrutta 2018” che tanto ha fatto parlare stampa, tv, Internet e provocato la rivolta dei cittadini consumatori.

Alla fine, questi sacchetti costosissimi e fragilissimi si trovano solo nei supermercati della GDO venduti sottocosto. Nessun altro tipo di piccola e media azienda di distribuzione potrebbe usarli perché li dovrebbe vendere appunto sottocosto e comprare a un prezzo almeno del 50% superiore della GDO, visto il potenziale di acquisto.

Non possono certo permettersi di vendere sottocosto i negozi di vicinanza o il commerciante nel mercato rionale. Infine c’è l’aumento in percentuali interessanti, certificato da diverse indagini nella GDO, del prodotto “ortofrutta” confezionato in vaschette (polistirolo) e pellicole (plastica) con un aumento di consumo di imballaggi.

Si aggiunge così il problema della non idoneità del prodotto bio-compostabile “biobased” al 40% a essere usato al banco di gastronomia, formaggi o latticini, cibi grassi, con liquidi come le olive etc. etc.

A nulla sono valse le segnalazioni dei produttori ai vari Ministeri interessati.

E qui la fantasia degli operatori di alto bordo unita a quella della massaia standard si sbizzarriscono.

Ecco che, nel 2018, al banco di gastronomia in un supermercato (della GDO), per servire una semplice mozzarella, laddove prima si usava un igienico e semplice sacchetto di plastica (riciclabile), si usa ora una vaschetta in polipropilene (plastica) un sacchetto tipo ortofrutta bio compostabile (plastica) o un sacchetto di carta che non si deve fare pagare, oltre al naturale incarto della mozzarella stessa…alla faccia della riduzione del consumo di imballaggi.

Poi c’è il prepotente e tanto anelato ritorno dei sacchetti di carta. Erano spariti a causa del costo e dell’impatto che la carta ha sull’ambiente, la cui cessione, diversamente dalla plastica è inspiegabilmente gratuita per legge. E poi ancora ci sono le borse di stoffa o di polipropilene da usare al posto degli “shopper” biocompostabili a pagamento, tutte prodotte in sud est asiatico e importate in Italia.

Che dire poi di alcuni politici lungimiranti, che promulgano una legge alla chetichella infilando un articolo in una serie di leggi che nulla hanno a che vedere con l’argomento, senza minimamente preoccuparsi dell’impatto economico e occupazionale che tale legge avrà sulle aziende produttrici.

E’ facile scrivere su un articolo di legge: “dal presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

E i costi per le chiusure delle aziende, i licenziamenti, la cassa integrazione o sussidi di disoccupazione, non sono costi? Non ha un costo la distruzione del tessuto produttivo italiano delle PMI del settore? O forse le piccole aziende del settore non hanno dignità perché producono plastica?

L’Europa lo richiede

Non è vero, come già dimostrato ampiamente. I decisori avrebbero potuto legiferare e regolamentare in molti modi diversi, magari consultando le aziende del settore e cercando di capire i problemi e costruire le soluzioni insieme. Ciò non è accaduto!

Per quanto concerne il Marine Litter (Fig.1), in primo luogo si fa notare – come precedentemente mostrato – il grande sforzo pubblicitario di tutte le immagini di plastica galleggiante che si susseguono senza sosta in tutte le salse e in ogni occasione di discussione specifica (congressi, seminari, discussioni, convegni ecc.).

Ebbene, il mondo industriale europeo è pienamente cosciente della necessità di partecipare a un impegno generale volto a combattere lo spreco da una parte e ad aumentare considerevolmente, dall’altra il riciclo. Tuttavia, si ricorda che, secondo gli stessi dati considerati dalla Commissione Europea, circa il 90% di questi rifiuti dispersi in mare proviene da Nazioni extraeuropee e la dispersione è originata lungo 10 fiumi extraeuropei. e che questo fenomeno è causato dalla cattiva educazione dei consumatori oltre che dalla mancanza, in alcune aree del Mondo, di adeguati sistemi di raccolta. (Fonte: Unionplast).

Conoscenza consapevolmente ignorata

Nel 2008 l’agenzia ingleseUK Environment Agency” ha pubblicato uno studio (sull’intero ciclo di vita) il cui risultato va in tutt’altra direzione. Per ridurre l’inquinamento del pianeta e le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, le borse migliori da usare sono proprio quelle di plastica.

Sempre “colpa” dell’impatto ambientale! Invece, come riporta The Atlantic, lo studio ha esaminato diverse tipologie di sacchetti: quelli di carta, di plastica, di tela e quelli in polipropilene riciclato. L’analisi ha dato un risultato inaspettato: ha messo in evidenza il minor impatto ambientale dei classici sacchetti di plastica, che andrebbero però riutilizzati almeno una volta, ad esempio per foderare il cestino dell’immondizia. Queste buste fatte in polietilene sono le stesse di quelle che sono offerte nei supermercati. La ricerca le ha classificate come il prodotto con il più basso impatto ambientale rispetto a tutte le altre. Le sportine in cotone risultano a sorpresa essere quelle a più alto e grave impatto ambientale, soprattutto in relazione con il riscaldamento globale.

La causa? Le risorse ambientali necessarie per produrle.

Di primo acchito il risultato sembra assurdo. Le buste “shopper” fatte di polietilene sembrano (e sono) artificiali. Si impigliano negli arbusti, vengono rinvenuti brandelli di materiale nell’esofago dei pesci, intasano le fogne delle città e rimangono a fluttuare negli oceani per centinaia di anni. Anche se non si degradano facilmente, richiedono pochissime risorse per essere prodotte e trasportate. Basterebbe conferirle al riciclo e non abbandonarle, visto che non hanno i piedi e non si buttano in mare da sole!

Esse producono, in fase di fabbricazione, meno anidride carbonica e scarti rispetto a quelle in cotone e persino di carta. Innanzitutto i sacchetti di plastica sono riciclabili. Poi costano poco. Per queste ragioni sono state usate per decenni.

Secondo lo studio UKEA per ogni shopper in plastica c’è un consumo di meno di due kg di anidride carbonica. Per raggiungere lo stesso rapporto, bisognerebbe riutilizzare quelle di carta per almeno sette volte. Per le sportine fatte in polipropilene riciclato, vanno calcolati almeno 26 utilizzi, mentre per quelle in cotone si deve salire a 327. (Fonte: Green.it)

Le diverse normative italiane inserite negli anni, di fatto, vorrebbero porre un rimedio dettato dal malcostume delle persone agendo per legge, invece di costruire un progetto di informazione ed educazione civica: se i singoli individui si comportassero in modo corretto, evitando di abbandonare i rifiuti nell’ambiente e conferendoli in modo adeguato, la normativa avrebbe forse poco senso di esistere.

In molti paesi della provincia italiana non hanno ancora avviato un vero e proprio progetto di raccolta differenziata. Bisogna ricordare che non basta di certo avere dei cassonetti stradali dove differenziare se il cittadino vuole e se ne ha voglia, per dire di avere istituito la “raccolta differenziata”.

Anche se non dichiarandolo ufficialmente, l’Europa, sembra fare alcuni passi indietro rispetto ad alcune discutibili e vaghe direttive che hanno lasciato troppa libertà di soluzioni al problema ai singoli Stati, provocando una giungla normativa in Europa, dove ogni Paese ha una legge diversa, considerando che: “la sostituzione dei polimeri (plastica) tradizionali con quelli cosiddetti “bio” non risolverà il problema del marine littering; prova ne sia il fatto che la proposta di direttiva della Commissione Europea al riguardo (monouso), contrariamente a quanto dichiarato, pone limiti al monouso in generale, senza distinzione tra plastica e plastica biocompostabile (si veda il considerando 22 della proposta di Direttiva)”.

(Fonte: Polimerica/Unionplast).

L’approccio nel lungo periodo

Una soluzione al problema del principale prodotto che se disperso che spesso finisce in mare, le bottiglie in plastica (nella lista Legambiente citata sopra, 99 pezzi), è stato trovato in Germania.

In questo Paese europeo, il vuoto a rendere” è gestito con una legge emanata dal 1991 e da allora, il suo ordinamento si è fatto sempre più preciso (Fonte: Wired.it).

Dal punto di vista dei “Mass media”, in Italia oggi, si cominciano a leggere finalmente prese di posizione precise e circostanziate anche e finalmente da parte delle associazioni di categoria. Di fatto, va messo in evidenza che queste ultime sono molto state assenti e distratte sulle leggi sugli “shopper” e sacchetti vari che sono state approvate, e che hanno trasformato questi prodotti in plastica in un unico capro espiatorio e unici colpevoli dell’inquinamento di terra e di mare, trascurando, il polistirolo, le microplastiche cosmetiche, le microplastiche dovute all’usura dei pneumatici sull’asfalto, le bottiglie in PET per acque e bibite, i flaconi per i detersivi, le cicche di sigarette, le reti da pesca, le taniche, i guanti  in lattice, i “cotton fioc”, i piatti ,i bicchieri , le posate monouso ecc. ecc.

La “risposta di UNIONPLAST” a un articolo di Milena Gabanelli che partecipa al dibattito sulle plastiche, pubblicata sul sito specializzato Polimerica, è l’esempio eclatante del risveglio di interesse da parte delle Associazioni di Categoria.

Uno degli ultimi “spot” pubblicitari sulla materia, ribadisce il concetto che la plastica deve e può essere riciclata perché è una risorsa e non un rifiuto.

Le soluzioni non possono che derivare da impostazioni e dati scientifici (Rif. 1, 3, 4, 5 ecc.) che facciano da base alle nuove leggi in materia di plastica e ambiente che i nuovi governanti debbono prendere.

In altri Paesi europei, sono stati realizzati esempi di soluzioni che hanno portato dei veri risultati, piuttosto che continuare con leggi scritte per favorire l’uno o l’altro lobbista, o mettere toppe provvisorie per evitare procedure di infrazione dalla UE.

Oggi il riciclo è il tema su cui si dibatte in Europa. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che la plastica tradizionale è quasi sempre riciclabile. A fine vita, la plastica può essere utilizzata per produrre prodotti diversi, energia, e, oggi, addirittura per produrre carburanti per autotrazione.

Rimane la necessità di rivedere anche l’essenza della plastica nell’arte dei manufatti di plastica e del loro impiego concreto e reale. Le applicazioni più concrete della plastica sotto forma di manufatti (parti componenti di automobili ecc.) e opere anche d’arte richiedono una analisi a parte.

Molti altri processi e materiali paragonabili, come sono i film prodotti da materie prime primarie e altro, devono essere analizzati. La priorità va assegnata ai risultati delle indagini sulle proprietà termo-meccaniche, reologiche e strutturali dei film realizzati in polietilene riciclato nel sistema “foglio-carta”.

Un apparato per stampaggio a iniezione comprende uno stampo apribile avente una pluralità di cavità per articoli di stampaggio a iniezione e, disposto al disotto delle cavità dello stampo, una pluralità di cavità di post-raffreddamento in cui è stato rilasciato stampo per iniezione in uso gli articoli possono passare almeno parzialmente.

I processi operativi della plastica richiedono, sempre, una combinazione di proprietà e prestazioni tecniche molto spinta, come la resistenza alle fiamme, al fuoco e alla deformazioni da calore in generale.

Un altro insieme di proprietà tecniche essenziali da garantire è costituto dalla resistenza meccanica e dalla trasparenza, dalle prestazioni tecniche stesse in ambienti ad alta temperatura (ad esempio, componenti per gli interni delle automobili che devono resistere almeno ai 90°C) ecc.

CONCLUSIONI

Le materie plastiche (Rif. 1, 2, 3, 4, 5) si sono intrecciate nella nostra vita quotidiana e rappresentano un grande aiuto per la vita normale di tutti i giorni dei consumatori e dei cittadini ma anche una minaccia per l’inquinamento dell’ambiente. Oltre 100 milioni di tonnellate di plastica sono prodotti ogni anno in tutto il mondo. I prodotti plastici usati sono diventati un valido accessorio della vita normale e una caratteristica comune disposta nei cassonetti e nelle discariche. L’enorme propaganda dei “mass media” che accusa sistematicamente la plastica come maggiore causa dell’inquinamento, è, ora, sotto rianalisi e revisione continua. Così, il tempo dell’improvvisazione e delle leggi scritte fuori dai Ministeri competenti è finito. Troppi danni sono stati già fatti. Ora deve cominciare il periodo del ragionamento e dei giusti correttivi a un problema troppo importante per l’industria, per l’ambiente e per l’economia in generale. Possibilmente, tutte le parti interessate devono essere coinvolte a cominciare dal consumatore che rimane il Cliente finale che deve essere soddisfatto secondo le sacre leggi della qualità dei sistemi.

Alcuni elementi sostanziali vanno esaltati e raccomandati:

  1. La soluzione del Marine Litter, ossia delle grandi estensioni di plastica galleggiante nell’Oceano Pacifico ed altro di similare; la soluzione è complessa ma anche necessaria. Bisogna raccogliere e riciclare l’enorme quantità di plastica galleggiante. Si raccomanda (o raccomando) di coinvolgere l’ONU a procedere in questa grandiosa operazione, essendo la soluzione del problema, una priorità mondiale.
  2. Lo stesso tipo di raccomandazione è valido per le isole di spazzatura ai Caraibi.
  3. La raccomandazione del finanziamento e l’attuazione di una ricerca di una molecola di plastica, facile da degradare per renderla non inquinante è inoltre molto auspicabile.
  4. La revisione e la semplificazione degli imballaggi in plastica, rendendoli facilmente riciclabili e identificabili, per poterli conferire ed avviare facilmente alla filiera del riciclo da parte dei cittadini.
  5. Si raccomanda una maggiore attenzione alla qualificazione e certificazione dei prodotti di plastica quali gli accessori delle automobili ecc.
  6. Infine, si raccomanda una più approfondita analisi dei sistemi di riciclo della plastica per l’ottimizzazione dei loro processi avanzati accoppiandoli, laddove possibile, all’impiego di processi di trasformazione di plastica in energia elettrica  di uso comune.

 RIFERIMENTI

  1. G. Quartieri, P. Avino, P. Quercia, E. Chavez Betancourt, L’Inganno dei fossili,  Ed. ARACNE Gen 2017.
  2. G. Bocchi, M:Ceruti, La sfida della Complessità, Ed.Feltrinelli, 1997.
  3. Raj Kumar Yadav,  Yogesh Kumar Tembhurne, “Waste Plastic Fuel Used in Petrol Engine” International Journal of Mechanical Engineering and Technology (IJMET), Volume 7, Issue 1, Jan-Feb 2016, pp. 01-04,IJMET_07_01_001 Exchangers, Sept. 2018. 
  4. Rabee Hagem, Ammar Abdul-Hamed, Khader Muhamad Azhar: Wearable Circuit in Plastic (CiP) Optical Transmitter for Health and Sport Applications, Oct 2018.
  5. Karolina Paulina Wiszumirska: Safety of food contact materials from plastic and paper,
  6. Dorota Czarnecka-Komorowska, Karolina Paulina Wiszumirska, Tomasz Garbacz: Films Ldpe/Lldpe Made From Post – Consumer Plastics: Processing, Structure, Mechanical Properties, Sep 2018 [parte delprogetto: Safety of food contact materials from plastic and paper].

Daniel Lowery, Jon M. Malinoski: High-temperature plastic article, Nov 2014.