Articolo: Avanti con la sostenibilità sociale

di Giuseppe Quartieri – Fonte: https://www.vglobale.it/2015/04/11/avanti-con-la-sostenibilita-sociale/

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Analizzando i dati a livello mondiale l’osservatore si rende conto della esistenza di una chiara tendenza della impronta ecologica ad aumentare mentre la sostenibilità ecologica diminuisce. Questo tipo di analisi quindi mostra che non c’è coerenza fra di due indicatori, mentre quello sociale aumenta l’altro, quello ecologico, diminuisce. Questa mancanza di coerenza equivale ad una sorta di disaccoppiamento intrinseco fra i due indici di sostenibilità

Introduzione alla sostenibilità sociale

Negli articoli precedenti di questa serie, si è accennato al problema dello sviluppo nell’ambito della visione e del pensiero ecologico. Tra l’altro, una parte dell’analisi precedente è stata dedicata alla possibilità di varie Regioni del Mondo (vari Paesi ecc.) di svilupparsi dal punto di vista energetico, ecologico ed economico. La parola chiave è lo «sviluppo». Nasce quindi il problema di che cosa è lo «sviluppo» e come si misura. In passato, gli economisti hanno sviluppato diversi indici di «sviluppo» quali il Pil (Prodotto interno lordo) o recentemente il Bes ossia il «Benessere equo e sostenibile».
Questo indice moderno dello sviluppo è nato da un’iniziativa congiunta del Cnel e dell’Istat e si inquadra nel dibattito internazionale sul «superamento del Pil». La introduzione di questo nuovo indice di sviluppo o progresso sociale è nata dalla necessità e dalla consapevolezza che i parametri sui quali si deve valutare il progresso di una società non possono essere esclusivamente di carattere economico. L’approccio infatti include la necessità di introdurre anche le relative dimensioni sociali e ambientali fondamentali del benessere, corredate da misure di diseguaglianza e sostenibilità.

L’accrescimento o decrescita di sviluppo però viene condizionato da vari fattori ed in particolare dai fattori ambientali ossia dallo stato ecologico dell’ambiente ma anche dallo stato sociale della popolazione alla quale si riferisce lo sviluppo stesso in detto ambiente. Lo sviluppo energetico condiziona, come precedentemente esposto, anche lo sviluppo ecologico: normalmente a maggiore sviluppo energetico corrisponde maggiore degradazione ambientale. Nelle parti successive di questo articolo si tenterà di portare l’esempio eclatante del problema energetico e, in particolare, il caso di Fukushima.
Come su accennato, la sostenibilità è parte integrante del concetto di Bes anche se, di primo acchito, non appare una grandezza misurabile. Infatti, è concetto intrinsecamente non scientifico poiché non rispetta le regole delle proprietà fondamentali della metrologia fisica ed in genere scientifica galileiana. La sostenibilità non si può, di fatto, ridurre ad un insieme qualunque di grandezze fisiche fondamentali quantunque e comunque complessa sia la legge (fisico, chimica, naturale ecc.) che soggiace alla regolamentazione della stessa sostenibilità. I su descritti problemi ecologici ed energetici sono o vengono considerati una sorta di applicazione del concetto di sostenibilità alla gestione del mantenimento di una particolare situazione ecologico-energetica. A tal fine gli effetti sociali di questo tipo di analisi diventano gli obiettivi finali da gestire per rendere sostenibile tutta la situazione in analisi.

Nel 1987, la Commissione Brundtland introdusse il concetto di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. Se il contesto sociale è degradato, l’uomo non può pensare di riuscire a salvaguardare l’ambiente. In queste condizioni non c’è alcuna possibilità di migliorare il benessere sociale. Il fenomeno avvenne per la prima volta nella storia umana, quando il primo gruppo di uomini nomadi abituati a rimanere in un luogo per poco tempo, ma sempre degradando ogni luogo con residui di tutti i tipi, si ritrovò a passare per lo stesso luogo ritrovandosi di fronte ai propri residui e rifiuti. Ovviamente a quegli uomini primitivi il luogo inquinato e sporco non piacque e si apprestarono subito ad abbandonarlo.
Poiché situazioni del genere continuano a verificarsi durante tutta la storia umana, nel 1987, la Commissione Brundtland, nel rapporto «Our Common Future» ha cercato di sviluppare un concetto, lo sviluppo sostenibile, che fosse in grado di misurare, in senso economico, questa situazione, al fine d poterla migliorare nel tempo.
Si fa molto uso della parola «sostenibilità» che è sempre stata una parola priva di significato scientifico nel senso che, come su detto, non si può considerare misurabile rispetto a grandezze fisiche fondamentali. Secondo l’economista Mathis Wackernagel, direttore esecutivo del Global Footprint Network di Oakland, la nozione di sviluppo sostenibile non è un concetto ambiguo ed inafferrabile (Rif. N° 4) ma è un concetto scientifico ben definito anche se adimensionale così come lo è il concetto di «qualità». Di fatto, secondo Wackernagel l’idea si sostenibilità dello sviluppo può essere misurata con sufficiente precisione nel campo delle azioni economiche, sociali e politiche. A tutti gli effetti del rigore scientifico galileiano non è una misura scientificamente rigorosa ma, nelle cosiddette scienze economiche e sociali viene accettata come «misura» nel senso che esiste una «matematica o meglio una algebra» applicabile che ne definisce le regole e le proprietà di «misura» appunto matematica che devono essere rispettate.

Di conseguenza, il concetto di «sostenibilità» viene sostituito o allargato con il concetto di «sostenibilità sociale» del tutto distinto e parallelo alla «sostenibilità ecologica».
Con questo artificio matematico Wackernagel riesce a calcolare e misurare la sostenibilità sociale Paese per Paese. Così, la nozione di «sostenibilità sociale» è espressa da Wackernagel con l’indicatore Hdi (Human Development Index). Con quest’artificio Wackernagel introduce questo nuovo indicatore di valore compreso fra 0 ed 1, ossia una grandezza priva di dimensioni che dovrebbe esprimere le istanze sociali dei popoli e dei singoli Paesi. In altre parole lo sviluppo umano è misurato con l’indicatore Hdi (Indice di sviluppo umano) creato da Mathis Wackernagel.
Anche il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha approvato ed utilizzato, assieme con i suoi collaboratori, questo indicatore anche in ambito Onu. Frattanto, Wackernagel ha applicato le misure di sviluppo sostenibile per varie Nazioni durante il periodo che va dal 1975 al 2003, riuscendo ad ottenere il grande risultato che l’indice Hdi, in questo periodo, è aumentato ma si è sempre mantenuto sotto il livello di sostenibilità fissato a 0,80. Questo valore pari a 0,80 è stato scelto dall’Onu per rappresentare il livello di soglia fra uno sviluppo sociale medio ed uno alto. Così, Mathis Wackernagel ha proposto questo valore di 0,80 come la soglia di sostenibilità. Facendo inoltre leva su questo concetto di Hdi, sempre Mathis Wackernagel ha creato e introdotto il nuovo concetto di «impronta ecologica» (ecological imprinting). Questa proprietà definisce sostanzialmente la pressione umana complessiva sull’ambiente. Dalle misure e dalle analisi condotte da Mathis Wackernagel e collaboratori risulta che la «impronta ecologica» è aumentata in quasi tutti i Paesi del mondo. L’esempio classico è fornito dagli effetti dell’incremento dell’emissione del livello di anidride carbonica CO2 nell’atmosfera o in tutta la biosfera. Tale aumento non tende a diminuire ma peggiora sempre più.

Fonti locali di energia

La versione aggiornata al 2015 dell’analisi comparativa dei costi energetici è stata riportata nella nuova Introduzione del testo (Fondamenti di Sicurezza dei Sistemi Nucleari, Giuseppe Quartieri), citando, tra l’altro, il lavoro e l’approccio moderno del dott. Kent Moors che contraddice fortemente la posizione degli ecologisti catastrofisti italiani, che tanto vanno di moda attualmente in Italia. Più volte, in tale introduzione, si è citato il nuovo approccio deciso dalla Comunità europea di privilegiare, caso per caso, Paese membro per Paese membro, la fonte locale di energia ad esempio il solare in Italia, il vento al nord Europa (Danimarca, Norvegia, Svezia ecc.) e via di seguito.

Citando e condividendo il pensiero di Vittorio Silvestrini e Pietro Greco la risorsa energetica inesauribile e più forte dell’uomo è la propria intelligenza. Per raggiungere l’auspicata società della conoscenza e dell’informazione va ricordato che il primo tipo di società (quella della conoscenza) è certamente molto antico e si può farlo datare a molte antiche civiltà da quella Sumera a quella Cinese per passare tramite quella Egiziana a quella Greca e, da questa a quella ad essa contemporanea: la Sannitica-Safina ante romana e molto precristiana, per continuare con le società andine Incas, i Maya in Messico e quelle della Mesopotamia e via di seguito. A suo modo, ciascuna di queste civiltà credeva nella conoscenza anche se non era ancora in grado di distinguere la società della conoscenza da quella della informazione.
L’umanità ha dovuto aspettare il tempo della seconda guerra mondiale per avere il piacere, a seguito delle premesse conoscitive del Circolo di Vienna, della scoperta del concetto di «informazione» da parte di Norbert Wiener. La sua cibernetica assieme con lo sviluppo militare dell’elettronica e il grande sforzo di Claude Shannon hanno sostanziato il concetto di «informazione», facendola diventare una grandezza fisica misurabile e rigorosa, fino a farla diventare anche una parte essenziale della società moderna. Da Gutemberg in poi la cultura veniva trasmessa per il tramite del libro e non più per il tramite dei papiri egiziani, ma la cultura conteneva sia conoscenza sia semplice informazione.

Così trasmessa la cultura si arricchiva sempre più di una quantità di «informazione» superiore che non ancora si riusciva a misurare nonostante gli sforzi di George Boole del 1854 (Le Leggi del pensiero). Quindi il grande genio di Norbert Wiener, allievo di Bertrand Russell e già appartenente al Circolo di Vienna, gettò le basi per la definizione scientifica della «informazione» e il concetto fu ripreso e migliorato da Claude Shannon che sviluppò l’assetto rigoroso e matematico della teoria dell’informazione. In particolare appena dopo la seconda guerra mondiale molti intellettuali cominciarono a parlare di «società nucleare». Dopo che si sono verificati alcune aspetti molto negativi degli effetti nucleari militari, gli storici, gli intellettuali e, in genere, politici ed il popolo ha virato e non ha più parlato di società nucleare. Recentemente, si è imposta la dizione di società della conoscenza mentre solo recentemente è invalso l’uso di parlare di società della conoscenza e dell’informazione estremamente più condizionata dai mezzi audiovisivi (radio, tv, satelliti, Sky, Internet ecc. ecc.) e dall’enorme incremento di capacità di trasmissione delle informazioni in tutto il mondo conosciuto e ignoto. I libri sono stati parzialmente sostituiti da e-book e dalle trasmissioni televisive; le stesse lezioni cattedratiche vengono riportate e trasmesse in Internet e per televisione. Così l’insegnamento si aggiorna e migliora con l’impiego dei nuovi mezzi audiovisivi ma per qualcuno la funzione del professore è ridimensionata o quanto meno ridotta e sostituita dalle trasmissioni televisive e dall’impiego di altri mezzi audiovisivi.

Per definizione si assume che la società della conoscenza e dell’informazione sia democratica e equipotenziale nel senso che è disponibile a tutti e tutti ne possono godere i frutti sentendosi così paritetici e ugualmente appagati dalla conoscenza e della condivisione della informazione.
In questa visione moderna della conoscenza però accadono molti fenomeni strani di inganno di disturbo, di mescolamento e rimescolamento di informazioni al fine di mistificarne il senso ed il significato, procedendo lungo linee di disinformazioni progettate ad hoc per rendere il popolo non edotto delle nuove conoscenze ma sempre sottomesso alla conoscenza senza che se ne possa rendere conto direttamente. Queste guerre informative, pur essendo sempre esistite, hanno assunto una valenza superiore nella società della conoscenza basata sulla informazione trasmessa dai vari canali televisivi. Una legge di inganno antica, come il cucco, è quella di mettere a disposizione dell’utente una numero enorme di informazioni contrastanti e incoerenti in modo che l’utente semplice ed in buona fede ne perda il senso e venga disorientato.
Questo tipo di guerre ha assunto il nome di «cyber war» ed avviene soprattutto tramite internet. Purtroppo, questa sovra-imposizione informativa molte volte fa perdere al popolo il vero senso della civiltà. Un esempio molto significativo è la confusione ormai entrata nell’uso comune del popolo che confonde la società della conoscenza con la società della tecnologia pur rappresentando quest’ultima sicuramente uno degli aspetti conseguenti più diretti ed immediati della stessa società della conoscenza.
Appena dopo la seconda guerra mondiale la comunità storica pensante addivenne alla conclusione che non sarebbe stato il caso di parlare di società nucleare, adesso non è il caso di parlare di società tecnologica ma solo e soltanto di società della conoscenza integrata alla società dell’informazione.

Aspetti economici energetico-ecologici

Prima di procedere ulteriormente alla trattazione delle implicazioni dei problemi ecologici in generale e di quelli in relazione allo sviluppo energetico ed in particolare, dell’eventuale sviluppo del nucleare e dei relativi aspetti di sicurezza, si reputa interessante procedere ad un approfondimento del nucleare così come è stato proposto da alcuni economisti inglesi nella prima decade di questo secolo. Dal punto di vista sociale e politico, l’aspetto economico è considerato sempre «primo e prioritario» invece, per il fisico (scienziato) standard della Comunità scientifica, l’aspetto economico non è e non sarà mai aspetto prioritario rispetto a quello tecnico e scientifico soprattutto quando sono implicati problemi etici e morali oltre che sociali.

In questi casi è necessario assumersi il compito di analizzare le spese di produzione di energia proveniente dalle diverse fonti, secondo i vari punti di vista e risvolti finalizzati all’analisi dei costi benefici. Per tali ragioni, qui di seguito si presenta, in modo più dettagliato possibile, l’aspetto economico e industriale delle diverse fonti di energie alternative rispetto alle fonti classiche fossili e nucleare. Dopo avere consultato centinaia di fisici standard, si può garantire che l’analisi dei costi è stato lavoro improbo per i colleghi normalmente non addetti a tali compiti, ma necessario per convincere gli investitori, tutte le parti interessate e, soprattutto, per rendere favorevole l’opinione pubblica all’adozione di nuove fonti alternative di energia.

L’analisi dei costi energetici

La versione aggiornata al 2015, dell’analisi comparativa dei costi energetici ha carattere introduttivo per la sostenibilità sociale, e si basa soprattutto sul lavoro e su una serie di riflessioni proposte dall’approccio moderno del dott. Kent Moors. Questo tipo di approccio moderno contrasta fortemente le posizione degli ecologisti catastrofisti. Inoltre va citato il nuovo approccio deciso dalla Comunità europea che consiste nel privilegiare, caso per caso, Paese membro per Paese membro, la fonte locale di energia ad esempio il solare in Italia, il vento al nord Europa (Danimarca, Norvegia, Svezia ecc.) e via di seguito. Una eccezione basilare rimane la Francia che predilige il nucleare indipendentemente dalle caratteristiche energetiche naturali proprie francesi.

L’approccio standard europeo viene sinteticamente descritto dalla ormai famosa frase: «la migliore energia è quella che costa di meno».
Questa famosa espressione gela lo spirito libero e scientifico. Purtroppo a mano a mano che si procede nell’avanzamento di carriera gli uomini diventano sempre più sensibili al fascino del denaro ed associano sempre più valore ad esso. Così da un certo livello manageriale in su si assume valida, senza alcun dubbio, la suddetta frase: la migliore energia è quella che costa di meno.
Questo fenomeno non perdona nessuno. Lo stesso Premio Nobel Carlo Rubbia sembra prediligere e condividere (vedi Riferimento) questo approccio «contabile»: d’altra parte non si può diventare senatori o onorevoli senza un vero e sincero trasporto per la priorità al vile denaro, sterco degli Dei e dei Diavoli. Quando questa regola di vita si applica ai problemi ecologici imposti dal «business energetico» non si può fare a meno di riflettere sula etica di questi aspetti.

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Fig. N° 1 – Sicurezza delle fonti energetiche (da Kent Moors)

La rude vittoria economica e finanziaria lascia molto perplessi e spaventati per la soluzione che diventa contraria, entro certi limiti, anche ai criteri elementari di ecologia energetica.
Prima di procedere ulteriormente a trattare lo sviluppo energetico e, in particolare, quello del nucleare, può essere interessante riferirsi a quanto è stato scritto da alcuni economisti inglesi nella prima decade del secolo ventunesimo. L’Italia è il solo Paese membro europeo che dipende per la fornitura di energia da altri Paesi per quasi 80% del valore totale del fabbisogno energetico nazionale. In altre parole, è soggetta a dover importare energia più di ogni altro Paese appartenente al G8, il Club dei Paesi ricchi. Non dovrebbe meravigliare quindi la volontà italiana di voler ridurre drasticamente questa dipendenza energetica dalle forniture di energia provenienti da altri Paesi. Forse, la situazione italiana ha anticipato di oltre 70 anni lo scambio di beni e merci dovuto alla globalizzazione nel mondo. Quando i Ministri del G8 si sono riuniti a Roma qualche anno fa, si è posta in risalto la posizione dell’allora ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola che avrebbe asserito di preferire e dare priorità agli investimenti nel campo delle energie alternative pulite e prodotte direttamente in Italia. Si trattava e si tratta di una posizione che avrebbe dovuto essere considerata logica, non curiosa né stupefacente.

La capacità produttiva italiana di gas naturale, pur avendo già coperto quasi il 12% del fabbisogno italiano di energia, è diminuita velocemente nell’ultimo decennio. Sul versante petrolifero, l’olio crudo (il petrolio) pompato in siti italiani si è attestato su 5,2 milioni di tonnellate in modo da soddisfare solo il 7% del fabbisogno energetico nazionale. Nel passato, i consumi energetici italiani venivano soddisfatti bruciando carbone bianco e sfruttando energia idraulica proveniente sostanzialmente da dighe localizzate nelle Alpi. In seguito è occorso lo sfacelo di parte del patrimonio energetico italiano con la distruzione di quasi 600 centrali idroelettriche di bassa potenza, distribuite sul suolo italiano, perché considerate antieconomiche dai signori del petrolio. Dovrebbe bastare questo evento a indignare qualunque fisico che si ritenga tale! Da un paio di decenni ormai, l’elettricità italiana viene acquistata da Paesi d’oltralpe. Nel 1987, mal interpretando il senso e il significato del testo di moratoria proposta dal referendum con la sua limitazione a cinque anni, il popolo italiano ha votato contro gli investimenti in nuove centrali nucleari e ha fatto chiudere le ultime tre (o quattro) rimaste operative.

Sempre secondo l’articolo dell’economista inglese, dovendo quindi affrontare il problema della riduzione delle importazioni di energia, il nostro Paese si è trovato a fare ricorso, prima di tutto, a fonti di energia rinnovabili presenti nell’ambito dei propri confini. L’Italia è stata per molti decenni il Paese leader a livello europeo per lo sfruttamento dell’energia geotermica, impiegando getti di vapore d’acqua ad alta pressione che fuoriescono naturalmente per chilometri dalle terre del Larderello in Toscana, col fine di alimentare turbine a vapore e generatori per la produzione di energia elettrica. Secondo l’inglese, nel 2009, le turbine di Larderello hanno prodotto 5,5 TWh (terawattore) e l’Unione petrolifera insieme all’Associazione delle Compagnie petrolifere italiane, che è tra l’altro l’unico Ente italiano che elabora e fornisce previsioni energetiche periodicamente, prevedono che dovrebbero aumentare la loro produzione a 7,5 TWh entro l’anno 2020. Anche così, l’inglese sostiene che il previsto contributo geotermico al fabbisogno nazionale, pari a 337,6 TWh, sarebbe estremamente limitato. Come di consueto, l’economista non tiene conto degli eventuali effetti di riduzione di sicurezza che potrebbero verificarsi se si andasse a scavare a fondo nelle viscere della Terra per fare affiorare soffioni boraciferi e getti di vapore d’acqua ad alta pressione, oppure per tentare di sfruttare direttamente il magma terrestre. Apparentemente è curioso questo impulso al ritorno alla produzione nazionale a discapito della globalizzazione internazionale mentre recentemente il mercato della geotermia è stato sostanzialmente liberalizzato e alcune Aziende italiane ed europee si affacciano allo sfruttamento di questa risorsa energetica.

Le prospettive per lo sfruttamento di energia eolica sembrano essere molto migliori per l’Italia in tutte le zone montagnose alpine e appenniniche. Un decennio fa la produzione di energia da eolico era sostanzialmente irrisoria, nell’ultimo anno, invece, le turbine eoliche italiane hanno prodotto più energia degli impianti geotermici. Secondo l’Unione petrolifera (a detta dell’articolista inglese) le pale eoliche potrebbero generare anche fino a 20,5 TWh entro il 2020, ossia tre volte quello che hanno prodotto nell’anno 2008. Inoltre, le previsioni elaborate dall’Unione petrolifera italiana rivelano che la quantità di elettricità prodotta da biomassa potrebbe raggiungere valori di 11 TWh nello stesso periodo.

L’Italia può anche non avere molto petrolio e gas, ma il sole manca raramente e può certamente diventare una delle più importanti fonti di energia nel lungo periodo. Dalla fine dell’anno 2009, l’Enel aveva previsto di rendere operativa la più grande centrale solare termica, di cinque megawatt, a tecnologia innovativa. In questo campo l’Enel possiede un primato assoluto poiché già trenta anni or sono, ha progettato e realizzato una centrale termica a concentrazione solare che produce energia immessa nella rete nazionale. Inoltre, nel 1999 è stata completata la realizzazione della centrale solare di Serre Persano, in prossimità di Salerno, mentre, al momento (2015), sembra che sia stata completata la costruzione della centrale a concentrazione solare alla Rubbia, in Sicilia. Contemporaneamente, Spagna e Germania hanno innescato processi di incentivazione e finanziamento a pioggia dell’energia solare, in particolare per lo sviluppo di campi solari. Allo stesso tempo, i sussidi e gli incentivi proposti in Italia sono risultati anche più copiosi e considerevoli poiché il costo delle energie alternative è oltremodo elevato e l’industria da sola non potrebbe affrontarli senza incentivi. Al momento, quindi, l’Italia è tra i Paesi con i più copiosi incentivi per lo sviluppo delle energie alternative e integrative. Comunque dopo il quinto «conto energia», l’Italia ha smesso di elargire a piene mani finanziamenti e incentivi a pochi furbastri (costruttori di campi solari ecc.) con gli emolumenti raccolti prelevando da tutti i contribuenti dotati di energia elettrica, una piccola percentuale di sovvenzioni nelle bollette elettriche che pagano gli italiani.

Va notato che la Germania ha iniziato un forte programma di solarizzazione dei propri campi e tetti da almeno 20 anni, riuscendo a ottenere meno del 7% del fabbisogno energetico nazionale. Secondo il solito economista inglese, la società Nomisma Energia (ben nota azienda i cui capitali sono legati alla famiglia Prodi) stima il costo dell’energia solare dell’ordine di 0,40 euro per KWh (chilowattora). Le altre sorgenti rinnovabili di energia quotano la produzione di elettricità a valori diversi: l’energia eolica quota un costo di € 0,07/kWh mentre la biomassa di € 0,08/kWh che è senz’altro superiore al costo quotato dal carbone di € 0,05/kWh o $60 per tonnellata, oppure al costo del gas pari a € 0,06/kWh, con il petrolio su valori prossimi a $55 al barile.

Sempre secondo la fonte inglese, le Società italiane coinvolte nell’affare dei campi solari sono molto poche (ad esempio Sorgenia ecc.) e i costi dell’energia elettrica pagati dagli utenti italiani sono più elevati di quelli europei medi di quasi 30%. Queste tariffe superiori a quelle europee sono dovute soprattutto alla scelta operata dall’Italia di produrre energia bruciando gas naturale, ma anche per la volontà di indebolire la concorrenza delle fonti nucleari e alternative rinnovabili. La realizzazione di economie di scala e di sistemi e impianti a tecnologia avanzata, con i previsti successivi miglioramenti, potrebbe implicare la diminuzione del costo dell’energia eolica col conseguente colmarsi del vuoto prodotto dall’attuale generazione di carburanti fossili specialmente nel caso in Europa il prezzo del carbone dovesse aumentare. Secondo il medesimo economista inglese (sempre nel 2009) il Presidente della Nomisma Energia, Davide Tabarelli, sosterrebbe che non si può prevedere se si verificherà il boom fragoroso dell’energia eolica e solare che dovrebbe consentire all’Italia di soddisfare i requisiti di Kyoto prescritti dall’Europa. Questi requisiti hanno imposto l’obbligo di soddisfare almeno il 12% del fabbisogno globale del Paese, per l’anno 2010, con energia prodotta da rinnovabili e integrative. Sembra, come dicono i soliti ambientalisti ecologisti catastrofisti, che questi obiettivi siano stati raggiunti pienamente dall’Italia. I nuovi requisiti sono sinteticamente definiti «20-20-20». Essi rappresentano il programma attuale della politica energetica europea. In altre parole, durante i prossimi 20 anni, la politica energetica imposta dalla Commissione europea della Comunità europea presenta due priorità assolute:
1. – La prima priorità strategica consiste nell’obbligo di prevenire in Europa cambiamenti climatici pericolosi.
2. – La seconda strategia prioritaria si basa sull’assunto che i prezzi dell’energia elettrica continuino a salire inesorabilmente all’aumentare della domanda globale di energia stessa mentre le risorse fossili continuano a scarseggiare.

Secondo il «top managment» energetico della Commissione europea, e soprattutto per la grande soddisfazione e il grande piacere degli ecologisti catastrofisti, queste due strategie comportano che:
1) – La garanzia che le energie rinnovabili (si fa presente e si tiene debitamente da conto che anche il nucleare produce energia industrialmente rinnovabile) saranno, di necessità, le vincitrici.
2) – La politica energetica europea entro il 2020 si basa sul cosiddetto pacchetto clima-energia, detto, «20-20-20» ossia nel raggiungimento del:
20% di riduzione delle emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990.
20% di energia europea prodotta da fonte rinnovabile.
20% di miglioramento della efficienza energetica.

Ne consegue che, entro il 2040, circa 80% dell’energia primaria europea dovrebbe per la maggior parte provenire da fonti alternative rinnovabili.
Questi sono gli obiettivi fondamentali della Commissione europea, che recentemente sono stati leggermente ritoccati ma senza cambiamenti sostanziali.

Nella decade scorsa l’ambiente italiano aveva, di fatto, previsto alcuni di questi punti e ne avevano discusso vari aspetti in modo da anticipare alcune decisioni europee fondamentali. Per onore di cronaca locale, si possono riportare alcuni elementi e dubbi espressi negli anni passati, citando le opinioni del Presidente Davide Tabarelli di Nomisma Energia e di Umberto Quadrino, Presidente dell’Edison (la seconda Società energetica italiana). In tempi non sospetti costoro sostenevano che l’Italia avrebbe dovuto ritornare al nucleare inquadrato nella prospettiva di energia rinnovabile con metodi industriali anche se non proprio con criteri naturali. Frattanto, a quei tempi, l’Enel già stava investendo nelle centrali nucleari di potenza francesi, oltre che slovene, rumene e ceche per poter continuare a esportare da quei Paesi energia elettrica in Italia. A quei tempi questo atteggiamento appariva risibile, poiché la legge sul nucleare era passata e in Italia si sarebbero dovuto costruire almeno 4 centrali nucleari. Dopo gli eventi catastrofici di Fukushima del 2011, tutta la situazione nucleare italiana è stata rivisitata anche al seguito del secondo referendum antinucleare e, di conseguenza, è passato l’ordine di non procedere più alla costruzioni di centrali nucleari (Npp). Rimane ancora in piedi il problema della gestione delle scorie e rifiuti nucleari da produzione energetica e da origine sanitaria.

A quei tempi, secondo il più volte citato economista inglese (che vive in Romagna ma di cui non ricordo il nome e cognome), il Governo italiano avrebbe avuto, come detto, intenzione di ritornare al nucleare. In realtà, la risoluzione antinucleare era già presa ed era diventata legge che è stata quindi attuata mentre l’inglese continuava a sostenere giustamente che il ritorno al nucleare in Italia sarebbe stato ostacolato dalle solite crespe e pieghe burocratiche nella cui formazione una certa sinistra era ed è maestra. Inoltre, l’inglese romagnolo affermò, a quei tempi, che i reattori nucleari avrebbero trovato, come poi è avvenuto, maggiore resistenza, da parte della popolazione, di quella creata e attuata per le pale eoliche e per i campi solari. Per adesso l’Italia continua a mantenere la prima posizione fra i Paesi importatori di energia elettrica dai Paesi vicini e confinanti.

La fonte autoctona

La su esposta premessa, forse troppo attenta ai dettagli, è stata concepita con lo scopo di affrontare il problema energetico con l’approccio fondamentale della ripartizione percentuale delle fonti di energia prediligendo, giustamente, il ricorso a fonti di energia autoctone ossia: eolico, solare, geotermia, biomassa. Al momento (2015) alcuni noti ecologi catastrofisti ed approfittatori della apparente situazione di insipienza del popolo italiano, hanno iniziato campagne informative di autoesaltazione delle vittorie ottenute con lo sviluppo di energia alternative di tipo solare, eolico e biomassa. Secondo costoro (on. Realacci et alter) in Italia la produzione dei energia elettrica da fonti alternative (solare, eolico ecc.) avrebbe raggiunto il 39%. Riportano questo dato di fatto senza fare presente che almeno il 20% di questa energia è di natura idraulica: ma l’energia idraulica è sempre stata la fonte basilare e fondamentale della produzione di energia elettrica in Italia, durante tutti i secoli passati.

Prima dell’avvento dell’energia fossile, da quando è nata, quasi tutta l’energia elettrica prodotta in Italia era di origine idraulica ma, nel secolo scorso ed in particolare nel dopoguerra, l’energia idraulica ha mantenuto un posto di superiorità relativa rispetto alle altre forme di energia. Questa enorme e rude presunzione degli ecologisti ambientalisti catastrofisti di dimenticarsi dell’energia idraulica offende l’intelligenza del popolo italiano.

Negli anni della ricostruzione italiana del dopoguerra fu creato l’Ente energetico nazionalizzato Enel allo scopo di elettrificare tutta l’Italia. Questo scopo fu raggiunto in modo veloce e brillante dall’Enel di quei tempi. Successivamente, verso la fine del secolo scorso con le nuove istanze di liberalizzazione l’Enel ha perso la sua caratteristica di «carrozzone nazionalizzato» ma, dopo pochi decenni, appare ancora più lento e agganciato alla regola della priorità e predilezione dell’energia meno costosa: business as usual!
Per dare corpo al vecchio detto antico latino: «in nomina sunt rerum», i moderni «top manager» dell’Enel hanno cambiato il fine e lo scopo iniziale dell’Ente che inizialmente aveva solo lo scopo della socializzazione dell’energia elettrica per il popolo italiano. Quindi, l’Enel è stato cambiato in una nuova e moderna Società per Azioni con scopo principale di diventare una multinazionale dell’energia con scopo di lucro e, forse, dimenticandosi degli scopi primari diretti al beneficio del popolo italiano.

In questa moderna ed attuale prospettiva economico-manageriale da mercato globalizzato e, entro certi limiti, i politici italiani sensibili al problema energetico, i vari ambientalisti catastrofisti oppure no, ma che il popolo normale affetto da carenza di energia elettrica a causa dell’elevato costo avrebbero dovuto e/o devono rendersi conto che anche il nucleare andrebbe considerato una fonte autoctona poiché viene progettato, sviluppato e realizzato, almeno al 50%, da progettisti (fisici, ingegneri, chimici, tecnici, ecc.) e maestranze italiani. Prima o poi (si sostiene entro 30-40 anni) la scelta nucleare condurrà alla realizzazione di reattori autofertilizzanti per i quali il combustibile nucleare si rigenera e, dopo un certo periodo, l’Italia potrà rendersi libera dagli approvvigionamenti capestro di uranio (ed eventualmente Torio) che potrebbero verificarsi nel futuro. La risposta alle suddette richieste europee del 20-20-20 ha implicato tutta una serie di decisioni drastiche positive anche se alcune altre decisioni hanno condotto ad un’altra serie di procedure non del tutto chiare e trasparenti riguardanti la distribuzione, i pagamenti e gli sconti dei certificati bianche ed altri effetti vari indicibili.
La fase della risposta governativa moderna di centro destra alle richieste europee basata sulla necessità di un’equa ripartizione delle fonti energetiche è ben nota e riassumibile ma appare ancora una volta superata da atteggiamenti politici di centro sinistra.

Prima del secondo referendum antinucleare i vari responsabili proponevano una ripartizione di produzione a livello italiano basato su: 25% di carbone, 30% di petrolio e gas naturale, 25% di nucleare e 20% di rinnovabili e integrative (eolico, solare, geotermia, biomassa, ecc.). Questa distribuzione perseguita dal Governo di centro destra appariva, a quei tempi, inquadrata in una posizione intermedia fra l’approccio alla ricerca di autarchia energetica ed un approccio razionale e moderno. In modo retrospettivo, questo approccio di ripartizione appare ancora, per alcuni versi, sconvolgente e travolgente per il suo criterio di razionalità nella ricerca di una ripartizione armonizzata (come già detto) nel rispetto delle potenzialità energetiche disponibili nel mondo secondo criteri di globalizzazione.

Al momento, tentando di eseguire una analisi comparativa più approfondita si osserva, come su detto, che la componente idraulica antica e propriamente italiana ha raggiunto una quota di quasi il 20% di produzione di energia elettrica mentre le suppletive ed integrative energie alternative (solare, eolico, geotermico e biomassa) a detta dei suddetti ecologisti catastrofisti avrebbe raggiunto una quota del 19%. Poiché in Italia non esiste energia proveniente dal nucleare, la rimanente porzione di fabbisogno nazionale di energia (elettrica) proviene e continua a provenire da fonte fossile (petrolio, gas e carbone). Queste ultime sono le fonti principali di emissione di anidride carbonica CO2 e quindi delle maggiori cause di inquinamento e di effetto serra. L’energia nucleare è invece pulita e non inquina poiché non emette anidride carbonica, ma gli ecologisti catastrofisti hanno paura dell’effetto delle radiazioni ed hanno influenzato il popolo italiano conducendo alla paura «magna» dell’energia nucleare: un forte atteggiamento di commistione fra la conoscenza di natura magica e quella religiosa di natura fideistica. La paura medioevale evocante la magia di un Medio Evo prossimo venturo alla Vacca si è invece rivelato una paura attuale per l’attuazione di un Medio Evo prossimo ben arrivato e presente nelle menti del popolo italiano. A riprova basta osservare le trasmissioni televisive italiane più in voga nelle prime ore serali e nei primi canali televisivi nazionali.

Il caso Fukushima

Gli ambientalisti catastrofisti continuano a citare l’incidente di Fukushima per impaurire il popolo senza fare presente che i circa 30.000 (trentamila) morti sono stati procurati dal terremoto tsunami che ha distrutto quasi tutte le case, i palazzi, i ponti, le strade, le navi ecc. e appunto ammazzato la suddetta quantità di giapponesi.

Gli ambientalisti catastrofisti non citano il fatto che gli unici palazzi rimasti in piedi sono stati appunto i palazzi delle centrali nucleari di Fukushima. Questi stessi detrattori non citano, inoltre, la mancanza di morti prodotti da effetti di radiazione nucleari eventualmente emessi dalle centrali nucleari di Fukushima. Per ragioni chiaramente comprensibili di mancanza intrinseca di risorse e fonti fossili in Giappone, il Governo giapponese ha deciso di ripartire con alcune vecchie centrali nucleari (Npp) prontamente chiuse a seguito dello tsunami del 2011 ed aggiungerne altre di nuova generazione anche in considerazione del fatto che le altre fonti rinnovabili classiche (solare e vento) non hanno potere ed intensità energetica interessante nei territori giapponesi.

Mentre la ripresa del nucleare sta avvenendo dappertutto nel mondo e quasi 50 Paesi hanno ordinato centrali nucleari e molti hanno già iniziato a costruirle (Cina, India, Usa, Thailandia, Turchia, Polonia, Repubblica Ceca ecc.), così la Russia è diventata la maggiore produttrice e venditrice di Centrali nucleari in tutto il mondo e ne sta progettando almeno altre 59. La Corea del Sud ha pianificato di aggiungere almeno altri 11 impianti nucleari all’attuale parco. Anche l’Arabia Saudita, Paese ricco di petrolio, ha in programma la realizzazione di 16 centrali nucleari al costo di $ 80 miliardi di dollari.
Frattanto il caso Giappone diventa sempre più eclatante. Di conseguenza è prevedibile che ci sarà, a breve o medio termine, una forte impennata di domanda di uranio, mentre l’offerta rallenta e diminuisce la produzione di uranio. Infatti, durante le ultime aste di vendita di uranio, i prezzi sono saliti di 13 volte per arrivare ad un valore di 140 dollari a libbra. Forse questo rialzo di prezzi è secondo solo a quello che si è verificato in campo edilizio. Qualcosa di simile è avvenuto per il processo di domanda-offerta del prezzo del carburante nucleare nel caso dell’incidente nucleare dell’11 marzo 2012 a Fukushima. Di fatto a seguito di detto incidente, il Governo giapponese ha deciso di chiudere 52 centrali nucleari (Npp). La conseguente riduzione di richiesta di uranio è stata dell’ordine di £ 20.000.000 (venti milioni di sterline) mentre contemporaneamente il Giappone ha messo in vendita 15 milioni di libbre di uranio. Il prezzo dell’uranio è sceso e, giocando al ribasso è arrivato a 35 $ a libbra. Un prezzo tanto basso non è sostenibile ed ha implicato o può implicare solo la chiusura di un numero consistente di centrali nucleari, al limite tutte le Npp. Ciò implicherebbe la riduzione del 16% di energia elettrica del mondo intero. Infatti il costo di estrazione dell’uranio dalle miniere è dell’ordine d 70 $ a libbra; si perde incentivo a produrre uranio. Secondo il parere di esperti in materia, molte miniere di uranio hanno chiuso i battenti e da un numero di 500 aziende minerarie si è passati a solo 15 aziende ancora funzionanti.

Da quanto su esposto, appare già chiaro che non si può sostituire semplicemente l’energia nucleare con energia fossile da petrolio, gas naturale o carbone anche se una certa quantità di energia può provenire ormai dalle cosiddette energie alternative e/o integrative (solare, eolico, geotermia e biomassa) che, purtroppo, sono forme di energia intrinsecamente intermittenti e parzialmente aleatorie anche se supportate da «smart grid»! I criteri moderni decisi ed imposti dalla Commissione europea di prediligere, Paese membro per Paese membro, il tipo di fonte di energia a seconda della naturalezza della sorgente locale sono razionali e condivisibili, purché la ottimizzazione della produzione energetica venga sempre raggiunta applicando per intero, il principio della ottimizzazione del «mix energetico» senza escludere a priori alcuna fonte di energia. Ne consegue a livello mondiale la necessità di ricorrere anche alla fonte nucleare! Ed ecco perché la sicurezza delle centrali nucleari è certamente un argomento di studio e di ricerca attuale, serio ed interessante. Lo dimostra il caso Giappone ma non solo esso!
In questa visione aggiornata comincia a venire meno la dilagante paura della perdita di competenza nell’industria nucleare e delle autorità di regolamentazione nucleare anche a causa della consistente quantità di pensionamenti di esperti nucleari per raggiunti limiti di età. Alla faccia della società della conoscenza e dell’informazione la perdita di professionalità e di conoscenza nucleare specifica potrebbe o avrebbe potuto diventare critica per la sicurezza nucleare e per il funzionamento operativo affidabile di centrali nucleari operative. Ne consegue la necessità di una organizzazione operativa strategica in campo nucleare all’interno della Comunità europea, anche per l’inseguimento di miglioramenti successivi nel prossimo futuro energetico europeo.

La sostenibilità sociale

L’analisi precedente riguarda la possibilità di varie Regioni del Mondo (vari Paesi ecc.) di svilupparsi dal punto di vista energetico, ecologico ed economico. La parola chiave è lo «sviluppo». Prima di procedere va chiarito che c’è distinzione fra «sviluppo» e «crescita» come osservato in altri articoli di questa rivista «Villaggio Globale». Nel 1972, il Club di Roma elaborò il famoso rapporto intitolato «I Limiti all’Accrescimento» (Limits to the Growth; anche tradotto «I limiti alla Crescita»). Successivamente lo steso titolo è stato tradotto: I limiti allo sviluppo. Si coglie l’occasione per ricordare l’approccio di questo Giornale in materia (Ignazio Lippolis) che sottolinea che ancora permane l’equivoco fra sviluppo e crescita. Per crescita si intende l’espansione materiale (beni materiali concreti: pane, pasta, vino, vestiti, scarpe, automobili ecc.) e per sviluppo il miglioramento della qualità della vita. Quest’ultimo argomento costituirà la parte essenziale del prossimo articolo ma, sin da ora, va chiarito che la qualità della vita implica la introduzione di tutti i valori immateriali (etica, sicurezza, affidabilità, spiritualità, intellettualità, relazioni sociali, eventualmente religione, amore ecc.). Alla qualità si applica l’approccio per sistema: la qualità è sistema complesso. Va inoltre ricordato che in passato, si è fatto sempre distinzione fra «standard di vita» e «qualità della vita». Entro certi limiti il concetto di «crescita» si potrebbe e si dovrebbe applicare al concetto di «standard di vita» nel senso di media di impiego e usufrutto di mezzi materiali.

Secondo l’approccio perseguito in passato (anche su questa rivista) sull’argomento della crescita materiale, l’esistenza dei limiti per la crescita materiale dipende dal fatto che: esiste un rapporto fra popolazione e uso dell’energia e delle materie prime. Mentre non ci sono limiti per lo sviluppo, poiché la qualità della vita è sempre migliorabile. Questa frase però è solo ideologica poiché se si vuole dare al concetto di «qualità» un senso scientifico come avviene da moltissime decadi, allora bisogna applicare alla «qualità» i criteri di misura scientifici di cui si tratterà più a fondo successivamente. Si anticipa quindi che anche per la qualità esistono limiti di saturazione intrinseca al concetto stesso che ne definisce il raggiungimento dei massimi obiettivi compatibili con la Natura umana.
Prima di procedere ulteriormente risulta, dal punto di vista della razionalità, conveniente definire meglio, in modo rappresentativamente più rigoroso, la differenza fra crescita e sviluppo. Se con Sp si indica lo sviluppo e con Cr la crescita, la rappresentazione della loro relazione può essere espressa con la teoria degli insiemi, nella seguente figura, che sostanzialmente significa che lo sviluppo include la crescita (che è sottoinsieme dello sviluppo stesso).

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Fig. N° 2 – Relazione fra Sviluppo e Crescita

La situazione quindi appare più complicata di quello che sembrerebbe di primo acchito. Si nota che si può avere anche crescita senza sviluppo sociale, come la storia dimostra ampiamente. Sussistono quindi sempre due modelli e la loro esistenza (quello di sviluppo e quello di crescita) determina due differenti modelli organizzativi della società. I due modelli convivono in mezzo ad una enorme quantità di sovrapposizioni, di interferenze e di mistificazioni. Appare puerile aspettarsi che un modello (diciamo il più buono) riesca a prevalere sull’altro. In questa visione, il rapporto Brundtland, definisce lo «sviluppo sostenibile». A causa della serie di crescite di aspetti negativi per la vita umana, il risultato è un continuo deterioramento della qualità della vita sul pianeta Terra. Una delle considerazione più volte proposte in questa fase è che la qualità dell’ambiente è uno dei presupposti fondamentali per un effettivo miglioramento della qualità della vita. Nell’approccio per sistemi, i fattori ambientali naturali (temperatura, pioggia, umidità, neve, pressione ecc. fino a 36) e i fattori artificiali (onde elettromagnetiche, radioattività artificiale, inquinamenti da CO2, Benzene, NOx ecc.) costituiscono altri fattori in ingresso al sistema qualità e al sistema ambiente. Questi fattori condizionano direttamente il funzionamento del sistema umano e la relativa qualità di vita.
Ne consegue che questa chiara forma di equivoco fra crescita e sviluppo è ben lontana dall’essere risolta in un senso o nel senso opposto. Nel trattato di Maastricht, che sancisce l’Unione europea, piuttosto che basarsi su una concezione economica che punti ad un corretto ed equilibrato rapporto tra l’uomo e le risorse naturali, si è preferito il compromesso. Nell’articolo due, il confronto fra crescita economica e sviluppo sostenibile ha partorito il termine «crescita sostenibile» che è un’evidente contraddizione in termini.
Va comunque chiarito che i due concetti di «crescita» (o accrescimento) e «sviluppo» non possono essere considerati equivalenti o uguali. O almeno, il senso comune («Common Sense») associa ai due concetti dei significati diversi. Così la qualità della vita Qv dipende da questi concetti:

Qv = f(Ss, Crss, Crsss)
dove: Ss = Sviluppo sociale
Crss = Crescita con sviluppo sociale
Crsss = Crescita senza sviluppo sociale.

Lo sviluppo di questa equazione richiede molto spazio e tempo e viene quindi rinviata alla prossima puntata. Frattanto si pongono altri problemi urgenti di significato dei suddetti termini.

La misura dello sviluppo

Si deduce quindi che è nato e rinasce ogni giorno il problema di che cosa è lo «sviluppo» e come si misura. Intrinsecamente è un problema e fenomeno «economico»! In passato, gli economisti hanno sviluppato diversi indici di «sviluppo» quali il Pil (Prodotto interno lordo) o recentemente il Bes ossia il «Benessere equo e sostenibile». Questo indice moderno dello sviluppo è nato da un’iniziativa congiunta del Cnel e dell’Istat e si inquadra nel dibattito internazionale sul «superamento del Pil». La introduzione di questo nuovo indice di sviluppo o progresso sociale è nata dalla necessità e dalla consapevolezza che i parametri sui quali si deve valutare il progresso di una società non possono essere esclusivamente di carattere economico. L’approccio infatti include la necessità di introdurre anche le relative dimensioni sociali e ambientali fondamentali del benessere, corredate da misure di diseguaglianza e sostenibilità. In Europa è stato elaborato un nuovo indice chiamato Mes, la cui trattazione richiede molto tempo per la enorme quantità di sotto-indici di cui dispone.

L’accrescimento di sviluppo però viene condizionato da vari fattori ed in particolare dai fattori ambientali e quindi dallo stato ecologico dell’ambiente ma anche dallo stato sociale della popolazione alla quale si riferisce lo sviluppo stesso in detto ambiente. Lo sviluppo energetico condiziona, come su esposto, lo sviluppo ecologico anche normalmente a maggiore sviluppo energetico corrisponde maggiore degradazione ambientale.

Come su chiarito, la sostenibilità è parte integrante del concetto di Bes anche se, di primo acchito, non appare una grandezza misurabile. Infatti, è concetto intrinsecamente non scientifico poiché non rispetta le regole delle proprietà fondamentali della metrologia fisica ed in genere scientifica. Non si può, di fatto, ridurre ad un insieme di grandezze fisiche fondamentali qualunque e quantunque molto complessa sia la legge (fisico, chimica, naturale ecc.) che soggiace alla regolamentazione della stessa sostenibilità. I su descritti problemi ecologici ed energetici sono o vengono considerati una sorta di applicazione del concetto di sostenibilità alla gestione del mantenimento di una particolare situazione ecologico-energetica. A tal fine gli effetti sociali di questo tipo di analisi diventano gli obiettivi finali da gestire per rendere sostenibile tutta la situazione in analisi (secondo l’approccio dei tre tipi di sviluppo riportato nella seguente Fig. N° 3).

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Fig. N° 3 – Sviluppo energetico, ecologico ed economico, Interfaccia 3S

Nel 1987, la Commissione Brundtland introdusse il concetto di sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile. Se il contesto sociale è degradato, l’uomo non può pensare di riuscire a salvaguardare l’ambiente. In queste condizioni non c’è alcuna possibilità di migliorare il benessere sociale. La Commissione Brundtland ha cercato si sviluppare un concetto che fosse in grado di misurare, in senso economico, questa situazione ambientale.
In ogni caso la critica ha notato che si fa molto uso della parola «sostenibilità» che storicamente è sempre stata una parola priva di senso scientifico. Inoltre, il Rapporto Brundtland ha aggiunto la correlazione con il «sociale» ed è diventata la nozione di «sostenibilità sociale» espressa con l’indicatore Hdi (Human Development Index).
La Commissione Brundtland esprime questa situazione economica con una descrizione molto semplice ed interessante che viene riportata qui di seguito:

«Ambiente e sviluppo non sono realtà separate, ma al contrario presentano una stretta connessione. Lo sviluppo non può infatti sussistere se le risorse ambientali sono in via di deterioramento, così come l’ambiente non può essere protetto se la crescita non considera l’importanza anche economica del fattore ambientale. Si tratta, in breve, di problemi reciprocamente legati in un complesso sistema di causa ed effetto, che non possono essere affrontati separatamente, da singole istituzioni e con politiche frammentarie. Un mondo in cui la povertà sia endemica sarà sempre esposto a catastrofi ecologiche d’altro genere. […] L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità di soddisfacimento dei bisogni di quelle future. […] Il concetto di sviluppo sostenibile implica per le politiche ambientali e di sviluppo alcuni obiettivi cruciali, e in particolare che: – si rianimi la crescita economica; – si muti la qualità della crescita economica; – si soddisfino i bisogni essenziali in termini di posti di lavoro, generi alimentari, energia, acqua e igiene; – si assicuri un livello demografico sostenibile; – si conservi e si incrementi la base delle risorse; – si riorientino i rischi tecnologici e gestionali; – si tenga conto, nella formulazione delle decisioni, degli aspetti ambientali ed economici […]».

Con questo artificio si introduce un indicatore di valore compreso fra 0 ed 1, ossia una grandezza priva di dimensioni che dovrebbe esprimere le istanze sociali dei popoli e delle singole Nazioni. In altre parole lo sviluppo umano viene misurato con l’indicatore Hdi (Indice di sviluppo umano) creato da Mathis Wackernagel. Anche questo indice Hdi rimane un indice puramente matematico e non fisico nel senso che non è una misura in senso dei sistemi di misura impiegati in fisica. In qualche maniera è una misura algebrica non ben conoscibile che assume aspetti sociali e politici, come il Bes e/o il Pil. Ovviamente anche l’Indice Hdi consente di avere un’idea dello sviluppo sostenibile Paese per Paese, sia in termini sociali sia ambientali. Così la crisi energetica mondiale è riportata nella seguente Fig n° 4.

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Fig. N° 4 – Domanda ed offerta energetica mondiale

Le misure eseguite in circa 100 Paesi del mondo consentono di dedurre che la sostenibilità sociale è raggiunta in alcune zone della Terra, quali l’Europa, il Nord America, l’Oceania mentre l’America Latina è molto vicina alla soglia della sostenibilità sociale. Invece il Medio Oriente e l’Asia orientale sono lontane dalla soglia di sostenibilità sociale. L’Africa purtroppo è molto lontana dalla soglia della sostenibilità sociale.
Elaborando i valori medi di Hdi in tutto il mondo, nel periodo dal 1970 al 2003, si osserva la tendenza a migliorare le condizioni di sviluppo medio: la sostenibilità sociale è sostanzialmente aumentata.
Contemporaneamente vanno elaborati i dati provenienti dall’altro indicatore concepito da Wackernagel, la cosiddetta «impronta ecologica» che è l’indice di misura dell’uso delle risorse naturali rispetto alla disponibilità di risorse naturali che la Terra stessa ha e può quindi rielaborare o rinnovare (risorse rinnovabili). In termini quantitativi, la soglia dell’impronta ecologica è pari ad 1, che equivale ad un equilibrio dinamico fra le risorse che l’uomo consuma rispetto alle risorse che la Terra rielabora. Un Paese presenta uno sviluppo sostenibile solo se la sua impronta ecologica, su definita, è inferiore ad 1, in altre parole se e solo se, l’economia locale spende e consuma ad una velocità inferiore a quella con cui la Natura elabora le stesse risorse. Le misure dimostrano che in Europa l’indice è pari a 3 mentre nel Nord America passa a 5. Ciò significa che in Europa si consuma 3 volte di più di quanto la Natura riproduce e rigenera, mentre nel Nord America il valore di consumo delle risorse naturale è pari 5 volte di più di quello che la Natura rielabora e rinnova.

Analizzando i dati a livello mondiale l’osservatore si rende conto della esistenza di una chiara tendenza della impronta ecologica ad aumentare mentre la sostenibilità ecologica diminuisce. Questo tipo di analisi quindi mostra che non c’è coerenza fra di due indicatori, mentre quello sociale aumenta l’altro, quello ecologico, diminuisce. Questa mancanza di coerenza equivale ad una sorta di disaccoppiamento intrinseco fra i due indici di sostenibilità. Quindi, nonostante la descrizione di sistema della sostenibilità appaia forse indovinata e a giusta copertura, la utilità della sua applicazione rimane ancora in dubbio anche se almeno due casi, quello di Cuba e di Kiribati, sembrano mostrare il contrario e presentare una descrizione di sistema molto chiara e abbastanza rigorosa. Questi due casi dimostrano, senza ombra di dubbio, che esiste una relazione biunivoca fra economia dell’uomo e l’ecologia del pianeta Terra. In questo ambito, l’uomo è costretto a rendersi conto dei limiti allo sviluppo posti dall’ambiente in cui vive. Le antiche ideologie dello sviluppo all’infinito e senza limiti, ossia della sostenibilità infinita e della inesauribilità della tecnologia con il suo accrescimento indefinito, devono essere considerate oramai passate e trapassate.
Qualcosa può essere fatto per minimizzare i danni che l’Umanità stia facendo al pianeta Terra: una sorta di crescita sostenibile. Si parlerà anche dell’opzione nucleare, senza di cui sembra impossibile iniziare il virtuoso cammino verso la sostenibilità sia sociale sia di crescita di beni materiali.

Altri approcci sono legati all’accrescimento della popolazione mondiale e, come tali, sono direttamente connessi al concetto classico di «crescita» quindi legati all’accrescimento dei beni materiali tali da consentire il mantenimento dei livelli standard di vita anche se la popolazione cresce entro certi limiti, per esempio partendo dalla popolazione attuale e proiettando la visione fino all’anno 2030. In questa visione di ricerca di sostenibilità della crescita (e non necessariamente di sostenibilità sociale), ossia sulla sostenibilità basata sull’incremento (o mantenimento equo) dei beni materiali, si analizzano solo i relativi parametri classici.
Nei prossimi trent’anni bisognerà affrontare il problema della crescita della domanda di cibo, della crescita dei consumi energetici e, se possibile, in termini di «sostenibilità sociale» affrontare anche la crescita auspicabile del benessere dei paesi poveri e/o del Terzo (o quarto) mondo. L’auspicio è che l’accrescimento dei beni materiali di questi popoli possa condurre ad una situazione in cui, raddoppiata la domanda di cibo e d’energia nei prossimi trent’anni e forse a triplicarla entro la fine del secolo, sia possibile che la Terra soddisfi questi requisiti.

La domanda da porsi è: si può raggiungere questo traguardo in modo sostenibile, in senso lato ossia in termini di crescita e sviluppo sociale? Quali potrebbero essere le condizioni e le varianti che, elaborate e sistematicamente, possano mettere l’Umanità in condizione di lasciare il pianeta Terra nelle stesse condizioni ecologiche in cui l’Umanità lo ha trovato sin dall’inizio dei tempi? Ovviamente, la risposta è negativa. Tra le tante riflessioni che conducono ad una risposta negativa diretta è prioritaria la considerazione che, nel corso di questo secolo, la popolazione umana terrestre passerà da 7 ad 11 miliardi di abitanti; di conseguenza, gli approvvigionamenti di cibo dovranno aumentare, al minimo, in proporzione all’aumento della popolazione solo per mantenere lo «status quo» alimentare e la dipendenza dai combustibili fossili per l’81% dell’energia utilizzata. L’uomo dovrà mantenere queste stesse condizioni di consumo, poiché, ogni anno l’Umanità consuma 5 km3 di petrolio, 6 km3 di carbone e 1000 km3 di gas. Questi consumi annuali corrispondono alla riserve fossili che la Natura ha costruito geologicamente sottoterra in circa 900 anni. Sostituire questi combustibili con altri è difficile, in alcuni casi impossibile, nonostante le pretese di sostituzione globale con energie alternative (solare, eolico, geotermiche ecc.) da parte degli ecologisti catastrofisti verdi.

In conclusione se non si riesce a raggiungere la crescita sostenibile e/o lo sviluppo sostenibili più in generale, la qualità della vita deperisce vertiginosamente anche a causa della depauperazione delle sostanze vitali all’interno della biosfera. Quest’ultimo è argomento della prossima puntata.

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